giovedì 25 novembre 2010

TUTT@ A SCUOLA!
Aiutiamo i bambini del Darfur per l'anno scolastico 2010-2011

Il Sudan, un grande paese africano con nove stati confinanti, è stato pacifico solo per 11 anno dopo la sua indipendenza nel 1955. La guerra civile è iniziata a causa dell'opposizione tra le popolazioni del nord e gli abitanti del sud.
Dal 2003, il conflitto si è intensificato nella regione del Darfur, portando alla sistematica distruzione delle infrastrutture sociali e materiali e lasciando la maggior parte della popolazione in una situazione disperata e fortemente bisognosa di assistenza umanitaria. Migliaia di famiglie sono state costrette a separarsi: secondo le stime dell’ONU, il conflitto del Darfur ha finora provocato oltre 200.000 morti e centinaia di migliaia di profughi, sia all'interno del Sudan che negli stati confinanti.
Secondo le stime dell'ONU, dal 2008, 250 000 sudanesi hanno cercato rifugio in Chad e più di 243.000 ,di cui circa la metà sono dei bambini, sono ospitati in 12 campi allestiti nella parte orientale di questo paese. Nel campo di Bredjing, che si trova nella regione di Hadjer Hadid in Chad, attualmente vivono 43.000 profughi di cui 10.000 sono bambini in età scolare, tra i 6 ed i 14 anni.

Il nostro è un atto di solidarietà per i bambini profughi sudanesi presenti nel campo di Bredjind, per garantire il diritto allo studio e sostenere l'istruzione di questi bambini e bambine profughi.





Finalità e obiettivi dell'intervento:
Lo scopo dell'iniziativa è quello di raccogliere e distribuire materiali scolastici ai bambini e le bambine del campo di Bredjing, in Chad, al fine di contribuire alla loro istruzione. Il sostegno riguarda anche il corpo insegnante che gratuitamente organizza i corsi scolastici nel campo di Bredjing.

Enti finanziatori e partner in Italia: Arci N. A. di Roma, Circolo Arci Darfur, Arci, Fanfulla, Senzaconfine, Ricrea, Rising Love, 360°, Popica Onlus, Centro Baobab, BCC Credito Cooperativo.
Partner locale: Associazione “Altadamoune Alkhayria”, costituita da insegnanti e volontari del campo profughi di Bredjing


Luogo di intervento: Campo profughi di Bredjing in Chad




Vorremmo mandare a ogni studente un kit scolastico composto da:
 quaderni
 penne, matite, tempera matite e gomma da cancellare
 pennarelli colorati

Per sostenere il lavoro gratuito dei maestri, vorremmo acquistare:
 stampanti, inchiostro e carta
 gruppo elettrogeno
 computer

I materiali raccolti saranno inviati nella capitale del Chad, N'Djamena, e trasportato, a cura del partner locale, nel campo di Bredjing.

Anche tu puoi aiutare e migliorare la situazione dei bambini e le bambine profughi del Darfur, garantendo loro il diritto allo studio:
 comprando i quaderni, le penne, le matite, i temperini e le gomme da cancellare, che noi invieremo al campo di Bredjing
 versando un contributo economico sul c/c postale intestato ad Arci Darfur: n° IT91FO832703235000000003160

martedì 23 novembre 2010


New York, 18 nov. - (Ign) - Di nuovo mano nella mano pubblicamente. Stavolta l'occasione è il gala a New York dove George Clooney ed Elisabetta Canalis si sono presentati glamour come sempre (lei in abito firmato Roberto Cavalli) e mostrati sorridenti agli obiettivi dei fotografi.

La coppia ha partecipato ieri alla cena annuale dei 'Ripple of Hope Awards', il gala di beneficenza organizzato dall'associazione Center for Justice & Human Rights di Robert F. Kennedy che premia le personalità che si sono distinte nel campo dell'impegno per i diritti umani nelle emergenze del Sudan, Chad e Haiti. Tra i premiati anche Clooney fortemente impegnato contro le violenze in Darfur.

Spazio anche al gossip. Tra gli invitati all'evento anche il padre di George, il giornalista Nick Clooney e la moglie Nina Warren, immortalati dai flash in un quadro familiare con il figlio e la sua fidanzata Ely.

giovedì 25 marzo 2010

I GENOCIDI DIMENTICATI:

I GENOCIDI DIMENTICATI:
1) IL DARFUR,
IL DISINTERESSE DELL’OCCIDENTE
E L’INTERESSE (PETROLIFERO) DELLA CINA
(Incontri per insegnanti all’Istituto comprensivo di Racconigi –
Marzo-Aprile 2009)
Il Darfur (in arabo significa « paese dei Fur ») è una regione situata all'ovest del Sudan, nel deserto del Sahara. È in
maggioranza costituita da popolazioni musulmane, come nel resto del nord della nazione, salvo alcune etnie che
abitano il sud della regione che sono animiste. Il territorio è suddiviso in tre province: Gharb Darfur con capitale Al-
Genaina, Chamal Darfur con capitale Al Fachir e Djanoub Darfur con capitale Nyala.
A lungo governato dai musulmani, il sultanato del Darfur raggiunse la massima potenza tra la fine del XVII ed il XVIII
secolo. Inglobato nell'Egitto nel 1874, fu coinvolto nella rivoluzione mahdista, ottenendo, nel 1898, una certa
indipendenza.
Dal 2003 il Darfur è teatro di un feroce conflitto che vede contrapposti la maggioranza nera alla minoranza araba (però
maggioranza nel Sudan). Iniziato nel febbraio del 2003, vede contrapposti i Janjaweed, un gruppo di miliziani reclutati
fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione non Baggara della regione (principalmente
composta da tribù dedite all'agricoltura). Il governo sudanese, pur negando pubblicamente di supportare i Janjaweed,
ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici
Fur, Zaghawa e Masalit.
Le stime sul numero di vittime del conflitto variano a seconda delle fonti da 50.000 (Organizzazione Mondiale della
Sanità, settembre 2004) alle 450.000 (secondo Eric Reeves, 28 aprile 2006). La maggior parte delle ONG reputa
credibile la cifra di 400.000 morti fornita dalla Coalition for International Justice e da allora sempre citata dalle Nazioni
Unite.[1] I mass media hanno utilizzato, per definire il conflitto, sia i termini di "pulizia etnica" sia quello di "genocidio".
Il Governo degli Stati Uniti ha usato il termine genocidio, non così le Nazioni Unite.
2
A seguito della recrudescenza degli scontri durante i mesi di luglio e agosto del 2006, il 31 agosto il Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 1706, che prevede che una nuova forza di pace, composta
da 20.000 caschi blu dell'ONU, sostituisca o affianchi i 7.000 uomini dell'Unione Africana attualmente presenti sul
campo. Il Sudan ha avanzato forti obiezioni nei confronti della risoluzione e ha dichiarato che le forze ONU che
dovessero entrare in Darfur sarebbero considerate alla stregua di invasori stranieri. Il giorno seguente i militari
sudanesi hanno dato il via ad un'imponente offensiva nella regione.
Diversamente da quanto accadde per la seconda guerra civile sudanese, che vide contrapposti il nord,
prevalentemente musulmano, e il sud, cristiano e animista, nel Darfur la maggior parte della popolazione è
musulmana, come gli stessi Janjaweed.[2]
Sono state finora approvate diverse risoluzioni dal Consiglio di Sicurezza, inviata sul posto una missione dell' Unione
Africana (AMIS) e discusso il caso presso la Corte penale internazionale dell'Aja. Le aree più critiche sono i territori del
Darfur occidentale, lungo il confine con il Ciad e oltre, dove l'assenza di condizioni di sicurezza hanno ostacolato anche
l'accesso degli aiuti umanitari (da www.wikipedia.org)1.
ANTOLOGIA DI ARTICOLI SUL DARFUR
1) Nel Darfur un'umanità di serie B
Gerolamo Fazzini (Avvenire, 12 agosto 2004)
Quella del Darfur è una tragedia nella tragedia. Nella regione sudanese è in corso una guerra interetnica e
intra-islamica. A lungo emarginate dal governo centrale, un anno e mezzo fa le popolazioni nere autoctone, di origine
nilotica, si sono ribellate armando due movimenti di «autodifesa» contro Khartum. Per tutta risposta le milizie
janjaweed, arabe, da allora attaccano sistematicamente i villaggi del Darfur, costringendo i civili alla fuga e lasciando
dietro di sé una scia di violenze, massacri, stupri, terrore ovunque.
Evidentemente, però, al Darfur non basta detenere il tragico primato di essere teatro della «peggiore crisi
umanitaria al mondo» (Kofi Annan dixit, e nessuno sin qui l'ha smentito).
Non è bastato nemmeno che Pieter Feith - capo del team di esperti inviato dall'Alto rappresentante per la politica
estera e la sicurezza di Bruxelles - tornasse dalla missione nella tribolata regione sudanese dichiarando che lì, nel
Darfur, «è in atto un silenzioso stillicidio di uccisioni su vasta scala». Feith, che pure non risparmia critiche a Khartum,
ha però dichiarato che quello in corso nel Darfur non sarebbe genocidio. E che cosa è, allora?
E l'Onu? Il Consiglio di sicurezza del Palazzo di vetro ha sì approvato una risoluzione (presentata dagli Usa) che intima
al governo sudanese di fermare le incursioni delle milizie arabe, pena l'adozione di pesanti sanzioni economiche e
militari. Ma il rischio che la decisione resti lettera morta è alto.
In sintesi: la comunità internazionale discute, mentre nel Darfur si continua a morire. Da mesi.
Forse non si tratterà di «genocidio» in senso tecnico. Giocano, in questo conflitto, anche questioni di potere ed
economiche Il prefetto apostolico di una diocesi del Ciad che ben conosce quanto accade nel vicino Darfur è esplicito:
«La distruzione sistematica dei villaggi, nel Nord Darfur (ma ora bisognerebbe dire in tutto l'Ovest Darfur) e
soprattutto dei pozzi e delle greggi, è organizzato in modo che le ferite inflitte cerchino di spaventare, per il loro
carattere permanente e invalidante, le popolazioni». Il che fa pensare alla volontà di far passare un messaggio:
«Partite di qui. Non vi vogliamo più vedere».
Chiamiamolo come vogliamo. Ma quel che è in corso nella regione occidentale dell'immenso Sudan è qualcosa che va
fermato, e presto. Ricordate Tito Livio? «Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata». La violenza
delle milizie janjaweed ha già prodotto 30mila vittime (c'è, però, chi azzarda la cifra di 50mila), un milione di sfollati
interni (una cifra immensa, in un Paese appena uscito da una guerra ventennale) e quasi 200 mila profughi nel
confinante Ciad.
Il Papa, dal canto suo, non ha cessato in questi mesi di richiamare l'attenzione sul Darfur. «La guerra, intensificatasi
nel corso di questi mesi, porta con sé sempre più povertà, disperazione e morte - ha ripetuto nell'Angelus del 25 luglio
-. Come restare indifferenti?».
Lavarsi la coscienza con mere dispute legali non si può. Né è giusto delegare alle organizzazioni umanitarie
l'unica forma di intervento nell'area. Il Darfur aspetta segnali concreti e urgenti. Su quella gente da tempo aleggia
il tremendo sospetto di essere umanità di serie B. Ogni indugio, ogni bizantinismo non farebbe che confermarlo.
2) Darfur, in sette mesi 70mila morti
Marina Rini (l’Unità, 17 ottobre 2004)
L'ultimo, feroce agguato risale al 2 ottobre scorso. I Janjawid hanno circondato Uma Kasara, nel sud Darfur, hanno
ucciso due persone e bruciato come torce tutte le capanne. Prima di andare via i diavoli a cavallo hanno razziato il
bestiame e rapito dei bambini. I 650 abitanti del villaggio sono fuggiti verso il campo sfollati di Kalma, vicino Nyala,
percorrendo una trentina di chilometri a piedi.
Da 20 giorni i nuovi arrivati sono costretti a dormire tra i cespugli del deserto perché il campo è sovrappopolato. Sorto
per accogliere 30mila persone, ne ospita ormai oltre 60mila ed è sul punto di scoppiare. Di giorno, sotto le tende di
1 Wikipedia è un’enciclopedia libera «nella quale i lettori sono anche gli autori. Chiunque può collaborare a Wikipedia,
creando una nuova voce o migliorando i contenuti di quelle già esistenti; ovviamente, perché il progetto funzioni, c'è
bisogno di quanta più collaborazione possibile […]. Proprio per la natura del contributo libero e gratuito di tutti i
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3
plastica, c'è un caldo infernale, di notte i bambini si ammalano per il freddo pungente. Non ci sono pozzi di
acqua pulita nel raggio di un chilometro e mancano le latrine. I bambini dormono e mangiano tra gli escrementi di
animali, uno su cinque soffre di malnutrizione grave.
Le Nazioni Unite hanno lanciato un grido d'allarme per scuotere l'inerzia della comunità internazionale: da marzo
sono oltre 70mila i profughi morti a causa delle malattie e della malnutrizione. «È la catastrofe - afferma
David Tabarro, capo dell'unità di crisi dell'Organizzazione mondiale della Sanità - siamo arrivati ad un tasso di 10mila
decessi al mese. Non ce la facciamo ad affrontare un'emergenza simile, abbiamo ricevuto solo la metà dei 300 milioni
di dollari necessari per proteggere la gente dalle epidemie».
A questo terribile bilancio bisogna aggiungere almeno 50mila morti causati dalle violenze commesse dai
guerriglieri filo-governativi arabi contro i civili. Le violente incursioni dei Janjawid contro le popolazioni
africane dei Fur, Massalit e Zaghawa hanno paralizzato tutte le attività della regione, provocando la fuga
di 1 milione e 500mila sfollati interni e 200mila profughi in Ciad, che ora dipendono esclusivamente dagli aiuti
umanitari. Il mese scorso solo il 15 per cento dei decessi è stato provocato dalle atrocità commesse dalle bande
armate, il restante 85% è causato dalle misere condizioni di vita nei campi. Dissenteria, epatite E e colera sono le
principali cause di morte, soprattutto tra i più vulnerabili: donne e bambini.
Nel campo di Morni, uno dei 147 campi allestiti in Darfur per soccorrere la popolazione, vivono 85mila disperati fuggiti
da 111 villaggi sterminati dai Janjawid. Oltre il 14 per cento degli ultimi 132 casi trattati nell'ospedale da campo di
Medici senza frontiere sono vittime di violenze, la maggior parte stupri. «Siamo circondati dai Janjawid, non possiamo
muoverci. Ogni due giorni, noi donne, siamo costrette ad allontanarci dal campo per cercare la legna, altrimenti non
possiamo cucinare. Cerchiamo di formare un gruppo numeroso per darci forza, ma abbiamo paura», spiega Nadia, una
ragazza di 16 anni, indicando la collina che sovrasta la tendopoli. Per essere sicura che l'interprete abbia tradotto
bene, esclama: bum, bum, e con le dita della mano figura una pistola.
Interviene Laila, sua madre, e sottovoce sussurra: «Preferiamo correre il rischio di essere stuprate che farci
ammazzare i mariti». Laila e la sua famiglia sono scappati a Morni 10 mesi fa, da quando l'intero villaggio è stato
raso al suolo dalle bombe sganciate dagli aerei Antonov governativi. Ma si considera fortunata perché ha
ancora i suoi figli con sé. Ci sono madri che non hanno mai più rivisto le proprie figlie catturare dai Janjawid. «A Morni
la polizia ci ha proibito di denunciare le violenze sessuali - confida il logista di Msf, chiedendo l'anonimato - noi
cerchiamo di medicare le ferite sui corpi delle donne, ma la consegna del silenzio ci impedisce di curare le lacerazioni
dell'anima». Il 9 luglio a Suleia, raccontano gli osservatori dell'Unione Africana esibendo delle foto
raccapriccianti, i ribelli hanno sterminato l'intero villaggio. L'immagine mostra la scuola delle ragazze ridotta ad
un cumulo di cenere e alcuni corpi carbonizzati con le braccia legate da una catena di ferro.
A partire da oggi, fino alla fine di novembre dovrebbero arrivare in Darfur altri 4.500 soldati dell'Unione
Africana, a rinforzare il contingente di 80 osservatori e 350 militari - non armati - che hanno il compito di
monitorare il cessate il fuoco. Intanto, oggi a Tripoli ci sarà un vertice a cinque tra il libico Muammar Gheddafi,
l’egiziano Hosni Mubarak, il nigeriano Olusegun Obasanjo, il ciadiano Idris Debry ed il sudanese Omar al-Bashir, per
cercare insieme una soluzione alla crisi.
Il conflitto in Darfur ha origini antichissime. Da secoli le popolazioni contadine di origine africana sono
costrette a scendere a patti con i pastori arabi Rezegat per l'uso delle terre. In passato accettavano di buon
grado il passaggio delle mandrie per arricchire la terra di concime e perché i capi tribù nomadi regalavano sempre ai
coltivatori qualche capo di bestiame per riconoscenza. Dopo la grave siccità degli anni '80 sia i contadini, sia i pastori
hanno subito un irreversibile impoverimento delle loro risorse. Il governo di Khartoum ha aiutato
finanziariamente solo le tribù nomadi di origine araba, ignorando gli africani. Da qui la decisione di creare le
fazioni armate Sla e Jem, «perché il governo negozia solo con chi ha le armi», si giustificano i loro dirigenti.
La risposta di al-Bashir è durissima. Poiché una parte dell'esercito, composto per il 50 per cento da darfuriani,
si rifiuta di combattere contro le fazioni ribelli della sua stessa tribù, il presidente arma pesantemente le
milizie arabe che si erano già distinte per le atrocità contro i civili nella guerra contro i ribelli del sud
Sudan: i cosiddetti Janjawid, i diavoli a cavallo. Nonostante la grande copertura mediatica e le visite di
personaggi importanti come Kofi Annan e Colin Powell, in Darfur niente è cambiato. La paralisi è dovuta alla
spaccatura creatasi all'interno del Consiglio di sicurezza dell'Onu, soprattutto per le pressioni esercitate
dalla Cina, dalla Russia e dai paesi arabi che appoggiano incondizionatamente il governo di Omar al-
Bashir, e hanno intenzione di proteggere Khartoum da ulteriori sanzioni economiche. La Cina, la Russia e la
Malesia stanno facendo affari d'oro in Sudan. Pechino, ad esempio, sta costruendo un moderno porto
mercantile a Port Sudan, collegandolo ai giacimenti di petrolio nel sud con una lunghissima pipeline.
La lobby americana sta facendo, invece, forti pressioni per indebolire il governo di al-Bashir e per imporre al Sudan
pesanti sanzioni che colpirebbero il settore petrolifero, un business da 320 mila barili al giorno. Un rischio calcolato. Gli
Stati Uniti, infatti, temono la crescente invasione di società cinesi in Sudan, e tentano di proteggere i contratti
miliardari delle multinazionali Usa - come Coca cola, Pepsi e Pfizer - nel settore della gomma arabica, di cui il Darfur è
il primo esportatore al mondo. La resina estratta dagli alberi di acacia senegal - hashab in arabo - rappresenta 80 per
cento del mercato globale. La gomma arabica, naturalmente, è sempre stata esclusa dall'embargo imposto da
Washington. Intanto, le donne continuano ad essere vittime di stupri e la gente vive nel terrore, come Mubarak,
rimasto vedovo con 3 figli, cacciato dalla sua terra perché accusato dai Janjawid di essere uno schiavo senza dio. O
come Sharif, un ex insegnante di geografia che per continuare a vivere deve nascondersi. «I ribelli cacciano i contadini
dalle terre, ma se sanno che sei un insegnante ti uccidono: pensano che chiunque sappia leggere e scrivere sia
una minaccia».
3) Darfur, la violenza trionfa mentre il mondo discute
Gianni Riotta (Corriere della sera, 2 febbraio 2005)
Chi vuol capire perché i mali del mondo siano restii a facili soluzioni, non ha che da studiare la situazione del Sudan.
Chi invece ama le ricette pronte, per decidere a freddo da che parte schierarsi, può saltare questo “Titanic” [il nome
della rubrica settimanale di Riotta, ndr.] a piè pari. In Darfur, nella boscaglia e nei villaggi poveri del Sudan
4
occidentale, sono stati massacrati almeno settantamila civili inermi, migliaia di donne stuprate da bande di miliziani
selvaggi, detti janjaweed, e un milione e ottocentomila uomini, donne, vecchi e bambini ridotti allo stato di profughi e
scacciati dalle loro case. Gli squadristi arabi, nell’indifferenza se non la complicità del governo, attaccano a cavallo le
capanne, uccidono, seviziano, mettono in fuga la popolazione. Dopo una campagna della stampa internazionale e delle
organizzazioni non governative, il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha deciso di vederci
chiaro e una sua commissione di inchiesta ha pubblicato un rapporto in 176 pagine. E’ in corso un genocidio
contro gli africani neri da parte degli arabi? Il tomo denuncia atroci violazioni del diritto internazionale , «il massacro di
civili, la tortura, il rapimento, la violenza carnale, il saccheggio, la pulizia etnica», ma non qualifica la campagna di
odio come «genocidio», il tentativo deliberato di cancellare un popolo dalla terra.
In parole povere, l’Onu sostiene che non si vogliono sterminare «tutti» i sudanesi non di origine araba, ma
che se ne sono già uccisi troppi per chiudere gli occhi. Nel buon senso della gente semplice ci si aspetterebbe a
questo punto un intervento rapido, perché i leader di Khartoum smettessero di ignorare la violenza bestiale dei
janjaweed e lasciassero tornare alle loro povere case i profughi. Niente affatto.
Perché il capo del dominante Partito Nazionale del Congresso, Ibrahim Ahmed Omar, s’è rallegrato dell’assoluzione
dalle accuse di genocidio, lamentando con faccia di bronzo «il rapporto è troppo duro con il Sudan, ci appelleremo al
Consiglio di Sicurezza». Il capo del Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza, il ribelle Khalil Ibrahim, reagisce
furente «Non parla di genocidio? Il rapporto Onu è da bocciare!». E così il governo si lava le mani da 70.000 morti e la
rivolta non accetta di trattare: o genocidio o niente. La parte dell’eroe è dunque recitata dagli americani, con il
presidente Bush a insistere che si tratta sì di genocidio e a rivendicare sanzioni contro gli aguzzini? Neppure, perché
l’Onu propone di rinviare i criminali di guerra imputati alla Corte penale internazionale, che gli Usa non riconoscono.
Washington vuole quindi perseguire i cattivi, ma non ratifica il tribunale che potrebbe metterli alla sbarra.
Mentre il mondo dibatte dei cavilli giuridici, etici e politici, la gente crepa in Sudan. Tom Cargill, esperto d’Africa
all’Institute of International Affairs di Londra, è desolato: «discettiamo se si tratta o no di genocidio e non fermiamo la
repressione». Il Consiglio di Sicurezza deve cessare immediatamente la disputa e intervenire, stoppando la brutalità
dei miliziani, altrimenti il genocidio, che magari per ora è solo pulizia etnica, diverrà presto atroce realtà. Che ci sia
nell’area petrolio, che Cina e Usa abbiano interessi contrapposti, che cristiani e musulmani non si amino,
complica ancora la trama. Tacito diceva «hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace». Speriamo di non dovere
presto dire dalle distese del Darfur, hanno fatto 176 pagine di rapporto per chiedere la pace e nell’attesa è
arrivato il deserto.
4) I diavoli del Darfur mi hanno stuprata
Massimo Alberizzi (Corriere della sera, 1° marzo 2005)
ZAMZAM (Darfur, Sudan) - Trovare Nafissa non è difficile. Un suo amico, Ahmed Hassan, ci fa strada verso il suo
piccolo tucul: «È bene che il mondo sappia cosa ci sta accadendo». Con me c'è anche Nura, l'interprete, e Benedetta
Gualandi, una cooperante italiana dell' organizzazione non governativa Coopi. È lei che parla con Nafissa, violentata
l'anno scorso durante un raid dei janjaweed (diavoli a cavallo) contro la sua scuola a Tawila, villaggio del Darfur
settentrionale a due ore di macchina dal capoluogo Al Fasher. «È bene che il dialogo sia con una donna - raccomanda
Ahmed -. La ragazza, nonostante sia passato quasi un anno dallo stupro, è ancora sotto shock. E ha paura dei
janjaweed, i miliziani arabi che terrorizzano la popolazione civile». Durante l' intervista Nafissa tiene gli occhi bassi. I
muscoli del viso restano tesi e si sciolgono in un sorriso solo al momento in cui le vengono fatti i complimenti per la
bellezza della sua bambina, che sta allattando, nata dopo lo stupro.
«Il nostro era un liceo tutto femminile - esordisce -. Io quella mattina sono arrivata a scuola come al solito presto, con
le mie amiche. Siamo entrate e i janjaweed erano già lì. Non siamo riuscite a scappare. Io sono stata violentata
assieme a una ventina di compagne. Altre sono state picchiate selvaggiamente». Tawila è nelle mani del governo.
Polizia o soldati sono venuti in vostro aiuto? «No, no. Hanno lasciato che i janjaweed facessero il loro sporco lavoro,
fino a quando i porci se ne sono andati. Sono arrivati volutamente dopo». Nafissa ora ha 18 anni e la sua bimba,
Fitna, solo un paio di mesi. Vivono nel campo di rifugiati di Zamzam a tre quarti d' ora di fuoristrada dal capoluogo del
Darfur settentrionale, El Fasher. Sei contenta di stare qui? «No, proprio no. Ma è l'unica cosa che posso fare. Questa
guerra mi ha tolto anche i genitori e un fratello, tutti morti. Qui mi ha preso in carico uno zio e vivo con le mie cugine.
C' è più sicurezza. Mi piacerebbe tornare a Tawila, ma ho paura. Meglio restare qui finché tutto sarà finito». Lo zio
entra nella capanna, sorride e in arabo borbotta allegro: «Questa è la mia ragazza migliore», poi saluta ed esce per
non disturbare: «È molto generoso e comprensivo - dice la ragazza - mi tratta come una figlia». Questa gravidanza
come l'hai vissuta? «Beh, all' inizio non volevo la bimba, era per me qualcosa di estraneo. Poi mi sono abituata e
quando è nata ero felicissima. Lei è vita e ora è tutta la mia vita. Certo purtroppo non posso più andare a scuola. Una
cosa che mi dispiace molto; ma quando crescerà un po' andrò a El Fasher a trovare lavoro». Dal momento in cui è
scappata da Tawila, poco meno di un anno fa, ed è arrivata a Zamzam, Nafissa non è mai uscita dal campo profughi.
«Ho paura, ho paura - i suoi occhi teneri e dolci cambiano espressione -. Qui è pericoloso persino andare a
prendere l'acqua ai pozzi che sono un po' isolati. Gli uomini mi fanno paura». Fitna è proprio bella! E qui che
finalmente la ragazza sorride. Stacca dal seno la piccola, che ha un'aria serafica e soddisfatta, e la guarda con amore.
«Eh, sì - ripete compiaciuta -. È proprio bella». Una vera fortuna che la ragazza non sia stata ripudiata dalla famiglia.
Lo stupro viene considerato una violenza, ma anche, spesso e purtroppo, una colpa e un disonore: «Una
volta era così - spiega Ahmed Hassan - ma ora le ragazze stuprate sono centinaia e la gente ha capito che le loro
figlie e le loro mogli sono vittime della violenza, non hanno nessuna colpa. Lo stupro di massa è stato
organizzato dagli arabi per distruggere il tessuto sociale di noi africani. Ma il piano non è riuscito. Invece di
sfilacciarci, ha rafforzato la nostra solidarietà. Ora queste ragazze sono protette e coccolate da tutti noi». Ne
cerchiamo un' altra, Muna, anch'essa ospite di Zamzam, ma, quando arriviamo alla sua capanna, la zia ci dice che non
c'è, è andata a scuola. Muna è stata più fortunata e non è rimasta incinta. Da oltre due anni il Darfur, la regione
occidentale del Sudan, è sconvolto da una violentissima guerra civile. Da una parte gli arabi, pastori benestanti
legati alle famiglie che controllano il governo di Khartum, dall'altra, i darfuriani, contadini di etnia
marcatamente africana, discendenti degli schiavi e considerati inferiori dagli arabi. I darfuriani sono stati
tenuti sempre lontani dalla gestione del potere e per lunghi anni le loro richieste di emancipazione sociale, di strutture
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adeguate e di maggiore coinvolgimento nella politica del Paese sono rimaste inascoltate. Così, qualche anno fa,
hanno organizzato due movimenti di guerriglia, ora diventati tre: il Sudan Liberation Army (Sla), il Justice
and Equality Movement (Jem), accusato di essere integralista e legato a Hassan El Turabi (il leader
islamico sudanese amico e protettore di Osama Bin Laden, quando il capo terrorista aveva trovato rifugio a
Khartum) e il National Movement for Reform and Development (Nmrd), ala laica del Jem recentemente
staccatosi dalla «casa madre». La guerra tra arabi e africani vede in campo, a fianco dei governativi, le milizie
civili, chiamate janjaweed, un termine coniato dalla popolazione e che più o meno vuol dire uomini a cavallo con la
scimitarra in mano. Ma il termine significa sostanzialmente terrore, violenza e morte. I janjaweed arrivano all'alba,
spesso preceduti da un bombardamento degli aerei e degli elicotteri del governo. Circondano i villaggi
sparando all'impazzata, atterriscono la gente con caroselli intorno alle capanne a dorso di cavallo e di
cammello. Poi bruciano i tucul, ammazzano gli uomini, violentano le donne, avvelenano i pozzi, gettandovi
dentro il cadavere di una capra o di un asino affinché nessuno possa più tornare, e infine se ne vanno
rapendo i bambini più piccoli. Un ritornello che viene ripetuto da due anni e che continua nonostante la presenza di
un contingente militare dell' Unione Africana, forte di oltre 3700 uomini, che deve monitorare un cessate il fuoco
formalmente in vigore dall' 8 aprile dell' anno scorso, ma violato in continuazione. Il loro mandato prevede solo di
proteggere gli osservatori, non di intervenire a difesa della popolazione civile. «La storia di Nafissa è purtroppo
comune. Raccontala al mondo - conclude Ahmed Hassan -. Qui se le truppe straniere non intervengono con forze ci
ammazzeranno tutti. Poi non piangete tra qualche anno scusandovi perché non sapevate che questo è un genocidio,
come avete fatto per il Ruanda. Noi stiamo urlando al mondo: stanno sterminando un' intera popolazione».
5) Cina e Sudan contro i caschi blu
Sara Onorato (Il Riformista, 26 settembre 2006)
Il 31 agosto scorso il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva approvato la Risoluzione 1706 per il Darfur, per l'invio in
Sudan di ventimila caschi blu che sarebbero dovuti subentrare ai settemila uomini dell'Unione Africana, che,
nonostante i pochi finanziamenti e il pessimo equipaggiamento, si erano assunti, dal 2004 il difficile ruolo di
contenimento delle violenze nella martoriata regione nord occidentale del paese e di unica protezione e garanzia per le
moltissime missioni umanitarie presenti nella zona. Nella risoluzione Onu era stata inserita, su pressione di Cina e
Russia, un'unica condizione per il dispiegamento del contingente internazionale di pace: il via libera del governo
sudanese. Con 12 voti su 15, la Risoluzione era passata senza problemi; tre gli astenuti: la Cina, la Russia e il
Qatar. I primi di settembre l'entusiasmo di chi aveva visto nella Risoluzione 1706 una luce di speranza per il Darfur, si
è però subito smorzato davanti all'inappellabile, e prevedibilissimo, rifiuto del presidente sudanese Omar Al-Bashir di
consentire l'ingresso della missione Onu.
La clausola voluta da Cina e Russia in cambio dell'astensione e della rinuncia dei due membri permanenti del Consiglio
di Sicurezza, a ricorrere al diritto di veto riguardo alla Risoluzione 1706, ha paralizzato di fatto l'Onu. La Cina ha così
raggiunto pienamente il suo scopo, ubriacando la sua sposa, l'Onu,con un'apparente disponibilità a
collaborare e mantenendo piena, allo stesso tempo, la ricca botte garantita dai suoi rapporti economici
privilegiati col Sudan (negli ultimi otto anni, la Cina è stato il principale sostenitore del governo sudanese,
comprando il 70% delle esportazioni di Khartoum, costituite in larghissima parte da petrolio, e vendendo
al paese africano armi). Il 29 settembre verrà reso pubblico dal Comitato delle sanzioni Onu, un rapporto circa il
mancato rispetto dell'embargo sulle armi e le responsabilità in merito alle molte violazioni di diritti umani nel Sudan
nord occidentale, che consentirà di avviare un processo per l'imposizione di sanzioni economiche internazionali contro
il Sudan, ma il governo di Khartoum ha già fatto sapere di non temere nulla da tali sanzioni, perchè sicuro
dell'affidabilità dei propri partner commerciali. La Cina, assetata di petrolio non tradirà il Sudan.
L'Onu non puo nulla, di nuovo: è come per il Ruanda, come per il Kosovo. Si torna a parlare della riforma del
Consiglio di Sicurezza, gli Usa minacciano l'intervento unilaterale: una storia che conosciamo tutti fin troppo bene.
Intanto, dal 10 settembre scorso, è stata registrata una ripresa dei bombardamenti degli aerei governativi sul Darfur
e l'intensificazione degli attacchi e delle violenze dei "malvagi uomini a cavallo" (i tristemente noti janjaweed) contro i
campi profughi e i villaggi della regione. La definizione "emergenza umanitaria" sembra sempre più un eufemismo se
applicata al dramma del Darfur. Una storia vecchia, una vicenda di cui tutti sanno da anni (già nel luglio del 2004, il
Congresso americano approvò una risoluzione che classificava come «genocidio», l'azione combinata dei
bombardieri governativi e della milizia araba ai danni dei villaggi del Darfur), una situazione che già due anni fa
appariva preoccupante, che un anno fa era definita dagli esperti una «catastrofe demografica ormai irrimediabile»
e che oggi ha raggiunto livelli incalcolabili, nonostante le notizie (sempre troppo frammentarie) fomite dagli operatori
umanitari. I dati ufficiali (quelli meno catastrofici) parlano di 200.000 persone uccise e due milioni e mezzo di sfollati
dall'aprile del 2003. Il presidente sudanese Omar Al Bashir ha affermato, in un discorso tenuto domenica,
che i numeri riguardanti la crisi umanitaria in Darfur sono stati intenzionalmente ingigantiti dai media
occidentali: «Contesto ogni statistica che dimostri che i combattimenti in Darfur abbiano ucciso più di
diecimila persone». E gli altri 190.000 morti? Al Bashir risponde con una frase degua di una vignetta umoristica un po'
macabra: «Potrebbero essere morti di fame».
Dopo quasi un mese di appelli, proteste e minacce; dopo le lacrime di George Clooney al Palazzo di Vetro, che
raccontava ciò di cui lui stesso era stato testimone in Darfur, dopo le manifestazioni delle associazioni cristiane
americane e inglesi del 17 settembre (dichiarato «International Darfur Day») [e in Italia?, ndr.] e, infine,
dopo la sofferta decisione dell'Unione africana di rifinanziare fino al 31 dicembre la missione in Sudan, per
permettere nel frattempo all'Onu di trovare un intesa col governo sudanese, il premier Al Bashir, felicitandosi proprio
dell'estensione del mandato dei peacekeeper dell'Unione africana, ha ribadito (sempre nel suo discorso di domenica) il
suo «totale rifiuto» della risoluzione Onu 1706: «La risoluzione porterebbe il Sudan sotto un mandato internazionale,
negando ogni istituzione dello Stato sudanese».
Di ritorno dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York, Al-Bashir ha attaccato, nel suo discorso, gli Usa, la
Gran Bretagna, Israele e l'Onu. Gli Usa e la Gran Bretagna, secondo il premier sudanese, vogliono creare in
Sudan un «nuovo Medio Oriente», per assecondare gli interessi di Israele e «ricolonizzare il Sudan». Le
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Nazioni Unite, non sono imparziali: non sanzionano mai Usa e Israele, ma si accaniscono invece, ingiustamente,
contro il Sudan. Alla fine l'annuncio a sorpresa: i funzionari statunitensi presenti in Sudan non potranno allontanarsi
di più di 25 chilometri dal palazzo presidenziale di Khartoum, senza un permesso speciale. La stampa sudanese ha
esultato per la decisione di Al-Bashir. Per ora il Dipartimento di Stato americano non ha voluto replicare.
6) Ali, dal Darfur a un kibbutz israeliano «Sono perseguitati come lo fummo
noi»
Davide Frattini (Corriere della sera, 19 marzo 2007)
KIBBUTZ MAAGAN MICHAEL — L'ultima volta che Ali ha visto la moglie e il figlio era andato a cercare rami e foglie per
proteggerli dall'acqua torrenziale. Stagione delle piogge nel Darfur. Sono passati quattro anni prima di trovare un tetto
dove potersi addormentare, senza la paura. Quattro anni sotto il cemento umido delle prigioni sudanesi, l'alluminio dei
container nei campi profughi egiziani, il sole rovente del Sinai. Un viaggio senza mai alzare la testa, per non farsi
riconoscere, sperando che nessuno lo rimandasse indietro, lo rispedisse al villaggio da dove è fuggito, quando le milizie
janjaweed hanno attaccato e ammazzato, incendiato e violentato. In poche ore ha perso quaranta parenti e qualunque
contatto con la famiglia.
Adesso chiama «casa» una delle villette tutte uguali, da pionieri spartani, di questo kibbutz sulla costa tra Tel Aviv e
Haifa. I 1.412 abitanti di Maagan Michael si sono riuniti una sera nella mensa per decidere se accogliere cinque ospiti
in più. In maggioranza hanno votato sì e come loro hanno fatto venti comuni agricole: un centinaio di rifugiati
sudanesi, su 320 arrivati negli ultimi anni, ha potuto lasciare le carceri israeliane per vivere e lavorare sotto la custodia
affettuosa dei villaggi che li hanno accolti. «Come avremmo potuto respingerli? — commenta Janine, che insegna
l'ebraico ad Ali e ai suoi compagni —. Gli ebrei che cercarono di fuggire dalla Germania negli anni Trenta vennero
ricacciati verso la morte. Come avremmo potuto commettere lo stesso crimine?».
È il dilemma che il governo israeliano sta vivendo, da quando la guerra civile ha spinto i perseguitati del Darfur a
cercare asilo proprio nell'unico Paese non arabo della regione. Una vecchia legge del 1954 contro le infiltrazioni
nemiche (il Sudan è considerato un Paese ostile) impedisce al ministero degli Interni di garantire lo status di rifugiati
politici. I profughi arrivano dall'Egitto e passano il confine di notte, dopo aver pagato i contrabbandieri beduini. Si
siedono sul ciglio della strada ad aspettare di venire arrestati dai militari che pattugliano la frontiera. Possono essere
detenuti senza processo e molti hanno passato quasi due anni in cella prima di essere trasferiti in uno dei kibbutz.
Le organizzazioni umanitarie — guidate dal Committee for Advancement of Refugees from Darfur — hanno chiesto alla
Corte Suprema di intervenire e il laburista Amir Peretz, ministro della Difesa, ha garantito nei giorni scorsi di voler
trovare una soluzione per rilasciare i sudanesi ancora detenuti. Alla Knesset, deputati di destra e di sinistra stanno
preparando un disegno di legge che garantisca l'accoglienza. «Noi ebrei abbiamo l'obbligo — ha commentato Elie
Wiesel, premio Nobel e sopravvissuto all'Olocausto — di aiutare anche i non ebrei. La Storia sceglie continuamente una
capitale della sofferenza umana e oggi questa capitale è il Darfur». Tommy Lapid, ex ministro della Giustizia, anche lui
scampato ai campi nazisti, fa notare il parallelo con gli ebrei che fuggivano in Gran Bretagna dalla Germania, «solo per
essere incarcerati perché provenivano da una nazione nemica»: «Non possiamo permetterci di guardare dall'altra
parte, mentre viene commesso un orribile genocidio». Una settimana fa un gruppo di sudanesi ha visitato Yad
Vashem. Avner Shalev, presidente del museo, ha scritto una lettera al premier Ehud Olmert: «Il ricordo dell'Olocausto
ci impedisce di restare indifferenti, quando qualcuno bussa alla nostra porta in cerca di aiuto».
Janine è arrivata in Israele nel 1949 dalla Tunisia (la nonna è livornese). Ha 76 anni, maestra tutta la vita. Guarda con
allegria i suoi cinque «bambini», questi nuovi allievi che la sovrastano di trenta centimetri in altezza e che hanno le
mani solcate di chi ha lavorato nei campi. Hassan, 25 anni, è l'intellettuale del gruppo. Non è cresciuto nel Darfur,
anche se la sua famiglia è originaria della regione. Gli altri sono contadini, lui è un cittadino, ha studiato ingegneria a
Khartoum. «Solo per un mese», racconta mentre i suoi riccioli dreadlocks dondolano e lo sguardo si sposta su Janine
per assicurarsi di usare le parole giuste. «All'università avevamo organizzato un gruppo per aiutare i nuovi studenti
che arrivavano dal Darfur. Facevamo riunioni, discutevamo della situazione laggiù. La polizia è intervenuta durante un
incontro, ci hanno picchiato con i bastoni, sono stato arrestato. Mi hanno rilasciato dopo due giorni, con un
avvertimento: "Dimentica l'attività politica". Qualche settimana dopo hanno compiuto un'altra retata e mi hanno
portato via, anche se io non ero all'assemblea. Questa volta sono rimasto in cella 21 giorni e hanno minacciato di
sbattermi dentro per sempre, se fossi stato preso ancora. Ho capito di dover fuggire, mi avrebbero continuato a
perseguitare. Non ti puoi nascondere: dalla faccia riconoscono da dove vieni e a quale tribù appartieni».
Sono tutti e cinque musulmani, come duecento dei profughi in Israele.
Cento sono cristiani, braccati nel Sud del Paese, e un altro centinaio è stato scalciato qui dalla fame, in cerca di un
lavoro: adesso anche loro, se venissero rimandati indietro, verrebbero condannati come traditori. Nessuno fa proclami
politici. Solo Ali, 32 anni, dice di essere venuto qui «perché è una democrazia che rispetta i diritti umani». Gli occhi
atterriti non riescono a dimenticare il «gioco» che divertiva i suoi carcerieri janjaweed. «Una volta al giorno mi
prelevavano dalla cella e mi buttavano in una buca di pochi metri, insieme a un cobra. Lottavo per sopravvivere,
mentre fuori loro ridevano».
7) Il mondo scende in piazza contro il genocidio: “ONU dove sei?”
(Corriere della sera, 30 aprile 2007)
Per la prima volta da quando è scoppiata la guerra, anche in Italia c'e stata una marcia in occasione della
Giornata mondiale per il Darfur. Ieri a Roma e in oltre 30 capitali del mondo decine di migliaia di persone hanno
sfilato per chiedere a governi e Onu di non voltarsi dall'altra parte e premere sul presidente del Sudan per l'ingresso
di un contingente di pace nella regione dove si spara dal 2003.
«Onu dove sei?» chiedevano i cartelli comparsi davanti al Colosseo. A Londra 3.500 persone hanno raggiunto
Downing Street depositando di fronte alla residenza di Tony Blair una clessidra piena di liquido rosso sangue. «La
comunità internazionale deve farla finita con il suo immobilismo e adottare misure decisive» dice l'appello sottoscritto
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anche da attori e cantanti come Mia Farrow, Elton John, Hugh Grant, Mick Jagger e George Clooney. E da
Israele, lo «Yad Vashem», il museo di Gerusalemme dedicato alla memoria dell'Olocausto, ha inviato una
lettera al segretario generale dell' Onu Ban Ki-moon. Dice: «Non basta per la comunità internazionale emettere
condanne. Devono essere fatti passi concreti».
Dalla grande regione del Sudan occidentale, intanto, continuano ad arrivare cattive notizie. La guerra va avanti:
proprio ieri i ribelli del Darfur sono stati attaccati dall'aviazione sudanese mentre si preparavano a un meeting per
unificare i movimenti di guerriglia e cercare una base per trattare con Karthoum. E anche la diplomazia segna battute
d'arresto, con la Lega araba che si dice «sbalordita e offesa» per la risoluzione approvata il 25 aprile dal
Congresso americano, che esorta la stessa Lega a riconoscere come genocidio il conflitto in corso accusando i 22 Paesi
membri di voler ostacolare il progetto di schieramento di una forza Onu. L'unico segnale di speranza pare venire
da Tripoli. La Libia, che lavora per ritagliarsi un ruolo decisivo nell'area, ha ospitato una conferenza
internazionale sul Darfur: i lavori si sono chiusi con la richiesta di una risoluzione «urgente e duratura» che
preveda la presenza sul territorio di una forza di pace «ibrida», dell'Onu e dell'Unione africana. Non più tardi di
giovedì Ban Ki-moon ha assicurato che il presidente del Sudan al-Bashir è d'accordo per il dispiegamento dei caschi
blu. Ma già a novembre al-Bashir aveva detto sì a un piano in tre fasi elaborato dagli Usa per rinforzare il contingente
di peacekeeping africano, salvo non dare mai l'autorizzazione a metterlo in pratica.
8) Darfur, Bashir sbarca a Roma tra le polemiche
Toni Fontana (L’Unità, 14 settembre 2007)
Non è la prima volta che il presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir viene a Roma. Nel 1996, in occasione del
vertice Fao sull'alimentazione, il leader del Paese africano, nel quale la sharia è legge dello Stato, venne ricevuto da
Giovanni Paolo II. Ma stavolta la «tre giorni» romana di Al-Bashir assume un ben diverso significato. Domani infatti in
tutto il mondo si terrà la «giornata mondiale per il Darfur». Ed anche a Roma si terrà una fiaccolata per attirare
l'attenzione sul dramma che insanguina ormai da quattro anni questa regione dell'Africa. L'iniziativa, che
si snoderà tra il Portico d'Ottavia e piazza Farnese è stata promossa da «Italians for Darfur», ha ottenuto
il patrocinio del Campidoglio, il sostegno, tra gli altri, di Articolo 21, Amnesty International, della
Comunità ebraica e di Nessuno tocchi Caino. Al Bashir è giunto ieri a Roma nelle stesse ore in cui segretario
dell'Onu Ban ki Moon illustrava al Consiglio di sicurezza i risultati della sua visita in Sudan (e Darfur) chiedendo ai 15
(tra i quali l'Italia) di intraprendere «tutti gli sforzi possibili per dispiegare al più presto la forza ibrida Unamid». Il 27
ottobre inizieranno in Libia i colloqui diretti tra il governo di Khartoum e i movimenti ribelli del Darfur. E, per quella
data, dovrà essere pronta la forza ibrida che comprenderà 26mila soldati, in parte caschi blu dell'Orni, in parte
caschi verdi africani. Dopo aver tergiversato a lungo, i capi sudanesi hanno pronunciato un «sì» a denti stretti il 12
giugno scorso, quando l'Unione Africana ha dato luce verde all'iniziativa sponsorizzata dall'Onu. A Roma Al-Bashir potrebbe
dunque confermare l'assenso definitivo al dispiegamento dei caschi blu, aprendo così la via ad una soluzione
negoziale. In questa complessa partita l'Italia ha deciso di non stare alla finestra, ma di concorrere invece agli sforzi
dell'Onu per favorire una soluzione della crisi. Prodi vedrà Al-Bashir stamattina a palazzo Chigi, poi il leader sudanese
si recherà in Vaticano dove è previsto un colloqui con il Pontefice.
La visita prevede anche un incontro il capo dello Stato Giorgio Napolitano che, poche settimane fa, aveva sollecitato
«un impegno maggiore della comunità internazionale per il Darfur». Parallelamente la folta delegazione sudanese (che
comprende sette ministri) avrà colloqui con altri esponenti del governo, da Bersani a Bianchi. Ma la questione politica,
quella del Darfur, sarà centrale. Come ha spiegato ieri l'ambasciatore all'Onu, Marcello Spatafora, l'Italia «intende
cogliere l'occasione degli incontri di Roma per rafforzare l'iniziativa di Ban Ki Moon ed il ruolo dell'Onu in questa crisi,
soprattutto al fine di consolidare i progressi fatti ed evitare pericolosi passi indietro, penso ad esempio, ai recenti
bombardamenti nella regione». Dello stesso tenore anche le anticipazioni diffuse ieri dalla Farnesina sui contenuti del
colloquio che avverrà quest'oggi tra il ministro degli Esteri D'Alema e l'omologo sudanese Lam Akol
(esponente della componente cristiana del sud del Sudan). Si fa notare che l'Italia intende «rafforzare il proprio
ruolo nel quadro degli impegni della comunità internazionale sia sul fronte dei negoziati interni nel Paese, sia su quello
della crisi del Darfur». La Farnesina conferma che l'Onu ha avanzato «richieste» in merito alla partecipazione alla forza
di pace e che sono in corso «consultazioni interministeriali» dal momento che tocca alla Difesa manifestare le
disponibilità. Si parla di un possibile invio di elicotteri o aerei da trasporto, ma, alla Difesa si fa notare che con 8500
militari già in missione, il budget non permettere molte altre spese. L'Italia ritiene importante «consolidare i recenti
sviluppi», cioè la disponibilità del Sudan «ad accettare il dispiegamento della forza ibrida». La visita in Italia di Bashir
ha suscitato critiche. «È sorprendente che il governo italiano abbia deciso di ricevere il presidente del Sudan», ha
commentato la visita Amnesty aggiungendo: «La situazione dei diritti umani continua ad essere una delle più urgenti
crisi umanitarie del mondo alla quale la comunità internazionale non ha per troppo tempo dato una risposta ufficiale».
L'ufficio europeo dell'organizzazione umanitaria ha chiesto a Prodi di «dimostrare pubblicamente che la posizione Ue
sulla crisi del Darfur resta forte e inequivoca». E il premier difende la scelta del dialogo ma rassicura: «L'incontrò sarà
un'utile occasione per sottolineare la nostra comune preoccupazione e le aspettative dell'Italia e dell'Europa e dell'intera
comunità internazionale per la stabilizzazione del Paese e della soluzione della crisi del Darfur», ha scritto Prodi
in una lettera all'europarlamentare Glenys Kinnock.
Alla necessità, per il Sudan, di rispettare gli impegni presi che si riferisce l'appello lanciato ieri dai promotori della
giornata per il Darfur. Tra i presenti ieri alla presentazione dell'iniziativa il presidente della commissione Esteri della
Camera Umberto Ranieri (Ds), il rappresentante di Nessuno tocchi Caino, Sergio d'Elia, ed il portavoce di Amnesty
Riccardo Noury che ha definito ieri il leader sudanese «il massimo rappresentante di un governo arrogante e violento».
La fiaccolata si svolgerà domani.
9) Le armi usate in Darfur? Vengono da Pechino
Luciano Scalettari (Famiglia Cristiana, 13 dicembre 2007)
Luci e ombre. L'imponente presenza cinese in Africa viene certamente salutata con entusiasmo dai leader politici
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africani. Ma solleva anche preoccupazioni e dubbi. Se è vero, come riconosce la Banca africana di sviluppo, che la
crescita record nel Continente dell'ultimo anno - del 5,5 per cento - è dovuta in gran parte agli scambi
commerciali con l'Asia (e soprattutto alle esportazioni di petrolio), è altrettanto vero che in Zambia come in
Sudafrica o in Niger si denuncia lo sfruttamento, la disoccupazione provocata dall'invasione di prodotti cinesi a basso
costo, l'atteggiamento predatorio delle aziende cinesi, ritenuto per molti aspetti simile a quello dei vecchi colonialisti.
Non solo. «Da Usa e Ue alle istituzioni finanziarie internazionali, passando per analisti ed esperti, sono in molti che
hanno gridato al pericolo», dice Irene Panozzo, giornalista di Lettera 22 e coautrice del recente libro Safari cinese
(ObarraO edizioni). «Il comportamento spregiudicato di Pechino preoccupa per il sostegno aperto ai Governi
di Sudan e Zimbabwe e perché non impone condizioni di rispetto dei diritti umani. Ma pure dal punto di vista
economico, perché molti governi africani starebbero in una nuova trappola del debito creata dai prestiti cinesi».
È indubbio che la minaccia di veto della Cina nel Consiglio di sicurezza dell'Onu ha creato non pochi problemi per
avviare l'intervento della forza ibrida Onu-Unione africana nel Darfur. Anche perché in questi e altri Paesi africani la
Cina fa affari pure con le forniture belliche. Stando a Control Arms, le armi con cui si è sparato sui profughi del
Darfur erano cinesi. E lo stesso vale per la Guinea equatoriale, il Congo e il conflitto fra Etiopia ed Eritrea.
Pechino respinge l'accusa e dice che sull'annullamento del debito, tanto sbandierato dai Paesi occidentali, ha fatto
molto più di loro: nell'ultimo anno e mezzo ha cancellato, interamente o parzialmente, il debito di oltre 35 Paesi africani.
Senza contare che la Cina è diventata l'anno scorso il terzo donatore del Pam, l'agenzia Onu contro la fame, dopo
Stati Uniti e Unione europea.
In marzo, il ministro del Commercio cinese Bo Xilai ha risposto così alle accuse di sfruttamento: «Nel 2006 Pechino ha
acquistato l'8,7 per cento delle esportazioni di petrolio africano, l'Europa il 36 e gli Usa il 33. La nostra quota significa
sfruttamento? E le altre due?». E Meles Zenawi, premier etiope, ha detto: «I Paesi africani hanno sempre venduto le
loro risorse naturali. La Cina compra a prezzi migliori».
10) «Lotto per il Darfur» Spielberg boicotta i Giochi di Pechino
Alessandra Farkas (Corriere della sera, 13 febbraio 2008)
«La mia coscienza non mi consente di continuare come se niente fosse». Con queste parole il regista americano
Steven Spielberg ha ieri rinunciato all'incarico di consulente artistico per le Olimpiadi di Pechino a causa
dell'atteggiamento della Cina nei confronti del Darfur. «A questo punto il mio tempo e le mie energie saranno dedicate
non alle cerimonie olimpiche ma a fare il possibile per por fine agli indicibili crimini contro l'umanità commessi nel
Darfur», ha annunciato Spielberg in un comunicato.
Il regista era già stato criticato per non aver usato la sua posizione per fare pressione sul governo cinese che si è
opposto all'invio di forze di pace Onu nel Darfur. La Cina è un grande investitore nell'industria petrolifera del Sudan ed
è stata accusata dai gruppi per i diritti umani, insieme ad altri Paesi, di aver violato le leggi internazionali e di
contribuire allo spargimento di sangue vendendo armi al Paese africano.
Il dilemma — rompere o no con Pechino — lacerava da mesi l'autore di Schindler's List. «Continuerò ad esercitare
pressioni sulle autorità di Pechino riguardo alla situazione dei diritti umani in Cina e alla catastrofe umanitaria in
Darfur», aveva fatto sapere Spielberg lo scorso agosto, negando le voci secondo cui avrebbe rotto con Pechino per i
mancati progressi sul fronte della democrazia e della libertà e per l'appoggio concesso al governo del Sudan.
L'invito delle autorità cinesi a Spielberg — lavorare come il «loro» direttore artistico alle Olimpiadi del 2008 — restava
in piedi. Ma mentre il regime comunista continua imperterrito a perseguitare i dissidenti, il regista ha deciso di saltare
il fosso, diventando attivista. Non è certo il solo.
A Hollywood il fronte pro-Darfur annovera adepti quali George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon e Don Cheadle. Il
42enne attore candidato al premio Oscar come miglior protagonista nel 2005 per la sua struggente interpretazione di
Hotel Rwanda, è uno dei leader della crociata Save Darfur. Dopo il suo acclamato libro Not on Our Watch: the Mission
to End Genocide in Darfur and Beyond (2007), Cheadle sta usando l'organizzazione da lui fondata con Pitt, Clooney e
Damon anche per far pressione sui cinesi.
La scorsa estate l'America si era spaccata in due sull'editoriale di fuoco firmato da Mia Farrow sul Wall Street Journal in
cui accusava Spielberg di «complicità» con quella che definisce «l'Olimpiade del genocidio». Ma in più la Farrow aveva
rivelato in un'intervista a Slate.com l'origine del suo astio nei confronti di Spielberg. «Gli avevo scritto ben due lettere,
chiedendogli consiglio su come meglio utilizzare il drammatico reportage fotografico da me realizzato durante un recente
viaggio a Darfur».
Al regista la Farrow aveva inviato centinaia di foto inedite, da lei scattate e corredate dalle sue annotazioni personali
«sull'enormità individuale e collettiva della tragedia». «Nonostante quei volti parlassero da soli, lui non si è mai degnato
di rispondermi». E in un articolo pubblicato lo scorso ottobre Ian Buruma aveva definito Spielberg «un illuso se
pensa che le Olimpiadi di Pechino porteranno a un miglioramento delle condizioni interne della Cina».
11) Darfur, il silenzio che grida
Daoud Hari (La Stampa, 22 aprile 2008)
L'AUTORE
Catturato e liberato nel 2006 negli Usa è un bestseller
Una voce dall’inferno del Darfur, la regione sudanese che dal 2003 è teatro di un feroce conflitto tra la locale
maggioranza nera e la minoranza araba (maggioranza nel resto del Paese) appoggiata dal governo centrale di
Khartum. Si intitola Il traduttore del silenzio (ed. Piemme, pp. 218, euro 14,50) la drammatica testimonianza di
Daoud Hari, di cui anticipiamo in questa pagina una stralcio. Di etnia zaghawa, 33 anni, Daoud Hari è fuggito in Ciad
dopo aver visto bruciare il suo villaggio nel Darfur da parte degli janjaweed, miliziani arabi filogovernativi. Mentre altri
rifugiati (circa due milioni hanno varcato in questi anni il confine ciadiano) sono poi tornati a combattere in Darfur,
Daoud Hari ha fatto una scelta diversa: conoscendo l’inglese, conoscendo bene il territorio e la sua gente, si è offerto
come interprete e guida per giornalisti e delegazioni straniere nella sua terra martoriata, dove è potuto rientrare
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spacciandosi per ciadiano. In una di queste missioni, con il giornalista-scrittore americano Paul Salopek, due volte
premio Pulitzer, è stato catturato nel 2006. Accusati di spionaggio, dopo un processo farsa i due sono stati liberati
grazie all’intervento degli Stati Uniti, sollecitato da una vasta mobilitazione animata tra gli altri da Bono degli U2. Negli
Usa il suo libro ha già venduto 100 mila copie in un mese.
Quella sera, mentre aspettavo il ritorno di alcune squadre che si erano avventurate ai margini di quel grande campo,
un amministratore uscì dal suo ufficio e mi vide. «Daoud!» esclamò. «Che ci fai qui?».
Sapeva che la legge vietava a un rifugiato in Ciad di fare il lavoro che stavo facendo, quindi mi incamminai lentamente
verso di lui, prendendomi il tempo di riflettere. Ero a metà strada quando un uomo non ancora quarantenne, con una
veste sporca e lacera e uno scialle sulla testa, sbucò all’improvviso dalla boscaglia che circondava il campo e venne
verso di me. Sembrava molto agitato, e forse un po’ demente. Il suo viso irradiava dolore come una stufa il calore. Mi
afferrò la mano e la tenne stretta, dandomi dei leggeri buffetti.
«Tu sei uno zaghawa» disse «e devo dirti qualcosa in privato».
Dopo un breve tratto nella boscaglia mi invitò a sedermi con lui sulla sabbia. La moglie dell’uomo si avvicinò: «Non c’è
più con la testa. Per favore, non fargli domande». Ma io vedevo che quell’uomo aveva bisogno di sfogarsi, quindi chiesi
alla moglie se potevo semplicemente ascoltarlo, poiché due zaghawa devono essere amici comunque. Lei acconsentì e
si tenne a distanza, passeggiava avanti e indietro e ci osservava.
Venivano del Darfur settentrionale. Il loro villaggio era stato attaccato e distrutto qualche mese prima del mio.
«Tutti fuggivano il più velocemente possibile. Mia moglie stringeva tra le braccia il nostro figlioletto di due anni, e
correva in una certa direzione fra gli arbusti. Grazie a Dio era la direzione giusta. Io ho preso la mia bimba di quattro
anni, Amma, e siamo scappati in tutta fretta in un’altra direzione. Quando loro mi hanno preso, i janjaweed, ho
lasciato andare la sua mano e le ho detto di fuggire. Ma lei invece di correre è rimasta a guardare fra i cespugli mentre
quelli mi picchiavano e mi legavano a un albero con le braccia dietro, così» e con le braccia formò un anello dietro la
schiena.
«Uno dei janjaweed ha cominciato a torturarmi. Mia figlia non ha retto quella vista e si è precipitata verso di me,
gridando: “Abba, Abba”». A quelle parole, “Papà, papà”, l’uomo fu soffocato dall’emozione e fece una lunga pausa.
«Il janjaweed che mi aveva legato all’albero ha visto mia figlia correre verso di me e ha abbassato il fucile per infilzarla
con la baionetta. Ha spinto con forza e la lama le ha trapassato lo stomaco da parte a parte. Lei seguitava a urlare:
“Abba! Abba!”.
«Poi lui ha sollevato il fucile piantato nel corpo di mia figlia, con il sangue di lei che gli colava addosso. Si è messo a
ballare reggendola in alto e ha gridato ai suoi amici: “Guardate, sono o non sono un duro?”. E loro rispondevano in
coro: “Sì, sì, sei un duro, un duro, un duro!” mentre uccidevano altre persone.
«Mia figlia mi chiedeva aiuto con gli occhi, tendeva le braccia verso di me in preda a un’atroce sofferenza. Cercava di
dire “Abba”, ma dalla sua bocca ormai non usciva alcun suono.
«Ci ha messo molto tempo a morire, il suo sangue colava, rosso e fresco, su quel… cos’era mai? Un uomo? Un
demonio? Era tinto di rosso dal sangue della mia bambina e ballava. Cos’era?».
Quell’uomo aveva visto il male e non sapeva dargli un nome. Voleva una risposta, e voleva sapere perché la sua
bambina avesse meritato tutto questo. Poi, dopo aver pianto un po’ senza parlare, mi disse che adesso non sapeva più
chi era. «Sono una donna che deve restare in questo campo, o un uomo che deve andare a combattere, lasciando
moglie e figlio senza protezione?». Mi guardò come se potessi fornire una risposta alla sua vita. Una risposta che non
ero in grado di dargli. «Sei ancora vivo» dissi. «Non ti hanno ucciso».
«Esiste una tortura peggiore di questa?» ribatté lui. «Esiste una tortura peggiore di dover dire tutto questo a mia
moglie e a mio figlio?».
La donna venne a sedersi accanto a lui e levò qualche fogliolina dalla sciarpa che gli avvolgeva la testa. Mi disse che
dopo l’attacco suo marito non ragionava più come prima.
«Grazie a Dio abbiamo nostro figlio, e lui sta bene. Ho spiegato a mio marito che Amma non c’è più e che dobbiamo
pensare al futuro. Ma lui non riesce a liberarsi da quel che ha visto». [...]
Quando tornai in quello stesso campo molto tempo dopo e chiesi allo sceicco di aiutarmi a ritrovare quella famiglia,
l’uomo se n’era andato e sua moglie non si ricordava di me. Sembrava più svanita di prima. Aveva ancora suo figlio,
che a quell’ora era alla scuola del campo. Ero tornato perché quella storia che l’uomo non riusciva a scacciare dalla sua
mente adesso era finita nella mia mente, e si mescolava ad altre storie nei miei sogni, svegliandomi praticamente ogni
notte. Pensavo che parlare con lui potesse aiutare entrambi, ma lui era andato via, forse a combattere, a mettere fine
alla sua vita, come stavo facendo anch’io, alla mia maniera.
12) Stragi in Darfur, la Corte dell'Aja: "Arrestate il presidente sudanese"
Massimo A. Alberizzi (Corriere della sera, 5 marzo 2009)
Autorizzato dai giudici della Corte penale internazionale dell`Aja il mandato d`arresto contro il presidente sudanese
Omar Al Bashir. Le accuse sono pesantissime: cinque per crimini contro l`umanità, assassinio, sterminio, trasferimenti
forzati, tortura e stupro; due per crimini di guerra: attacchi intenzionali diretti contro i civili inermi e saccheggio. È
caduta invece l`incriminazione per genocidio. 1 giudici hanno ritenuto che le prove prodotte dal procuratore Louis
Moreno-Ocampo non fossero sufficienti per ammettere una responsabilità di Al BAshir nei massacri che hanno
decimato la popolazione delle tribù Fur, Zagawa e Masalit. L`italiana Silvana Arbia, «registrar» della Corte (figura che
in Italia non esiste: è uno dei tre capi del tribunale), già procuratore per il Ruanda, al Corriere ha sottolineato che per
catturare Al Bashir sarà chiesta la collaborazione di tutti gli Stati, compreso il Sudan. Arbia ha ricordato: «Le autorità
di ogni Paese, compresi quelli che non hanno firmato il trattato (tra cui Stati Uniti, Cina, e lo stesso Sudan, ndr) hanno
l`obbligo di arrestarlo e di riferire immediatamente alla Corte. Tutti hanno il dovere di rispettare le risoluzioni del
Consiglio di sicurezza su questa materia. Anche se è presidente, Al Bashir non gode di nessuna immunità». La
reazione di Khartoum è stata immediata. La televisione di Stato ha bollato come «neocolonialista» la decisione della
corte. Nella capitale centinaia di persone sono scese per la strade a sostegno del presidente, con cartelli di protesta e
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slogan contro la corte. Si teme ora che vengano messe in atto rappresaglie verso i funzionari dell`Onu che lavorano
nel Paese, 32 mila persone tra staff internazionale e nazionale. La cifra comprende 25 mila caschi blu, dislocati in
Darfur ma soprattutto in Sud Sudan. Gli italiani sono 500, di cui ago a Khartoum. La ritorsione è già cominciata: io
organizzazioni non governative ieri sono state espulse. E la prima volta che un presidente in carica viene incriminato.
Esani Elhag, portavoce del gruppo ribelle Sia (Sudan Liberation Army) al telefono con il Corriere è soddisfatto: «È il
primo passo verso la giustizia che stiamo aspettando dal 2003 quando. è cominciata la pulizia etnica». L`Unione
Africana appare divisa: i Paesi più democratici, come la Liberia, hanno accettato il verdetto. Quelli guidati da dittatori
che rischiano di finire alla sbarra (e sono la maggioranza), ovviamente hanno gridato all`illegalità della decisione.
Esultano le organizzazioni perla difesa dei diritti umani. Ma Antonella Napoli, di Italians for Darfur, ricorda: «Non è il
caso di festeggiare, ma di ricordare le vittime della inaudita violenza scatenata nel Sudan Occidentale».
13) Contro le anime belle
Bernard Henri Lévy (Corriere della sera, 5 marzo 2009)
Dunque, ci siamo. La Corte penale internazionale ha emesso il suo mandato di arresto contro il Presidente sudanese
Omar Al Bashir. Questa decisione è una grande notizia per tutti coloro che, da anni, assistevano impotenti ai massacri
del Darfur. Questa decisione conferma, con tutta l`autorità della Legge, eccetto l`accusa di genocidio propriamente
detto, i terribili sospetti che pesavano sul regime. Stigmatizza, isola, e di conseguenza indebolisce, uno Stato che era
forte solo della nostra debolezza, della nostra impassibilità alle sofferenze che esso infliggeva e, in fondo, della nostra
vigliaccheria rispetto al potere (petrolio, eccetera) che gli si attribuiva. Sul piano interno, infine, essa modifica il
rapporto di forze in favore di chi, fra i sudanesi, disapprovava in silenzio la fuga in avanti di una dittatura che, dal
clima di terrore da essa instaurato, ricavava l`ossigeno necessario alla propria sopravvivenza, e che ormai dovrà
venire a patti con l`avversario o anche cedere il posto (Colpo di Stato dell`esercito? Putsch nel Partito maggioritario?
Nuova offensiva del Movimento per la giustizia e l`uguaglianza che si era rassegnato, a malincuore, al cessate il fuoco?
Da oggi tutto è possibile, veramente tutto, eccetto il mantenimento, nello stato attuale, della dittatura).
Probabilmente, la prima reazione dell`accusato sarà di accentuare la propria tracotanza, di intensificare le operazioni
sul terreno, di minacciare le Ong «complici» della decisione dell`Aja: sarà un ultimo colpo di coda; il soprassalto di una
bestia politica ferita a morte, consapevole di avere i giorni contati. Non sarà certamente peggio della logica di guerra
totale di cui sono stato, con altri, il testimone per questo giornale, e che ha già trasformato il Darfur in un campo di
desolazione e di rovina. Probabilmente, ci saranno in Europa anime belle pronte a gridare che non bisognava prendere
di petto quella gente, che bisognava evitare di metterla alle strette perché, in questo modo, abbiamo guastato quel
che restava della speranza `nelle possibilità di una pace negoziata: l`argomento non ha senso; addirittura, per chi
conosce un poco la realtà del posto, è francamente odioso e osceno. Infatti la pace, per il signor Al Bashir, non è mai
stata altro che una pace di ceneri e di cimiteri; per lui, non si è mai trattato di prevedere una qualsiasi pace prima che
fosse annientata la resistenza dei cittadini del Darfur; se esiste una opportunità, una sola opportunità, di far la pace,
essa dovrebbe passare, al contrario, attraverso l`appoggio, fosse pure tardivo, agli ultimi sopravvissuti dei massacri.
E quanto all`argomento di coloro che, nella decisione del Tribunale penale internazionale, vedono un`ingerenza
neocoloniale e reputano che spetti agli africani regolare questo dramma africano, esso fa tornare in mente una tale
quantità di cattivi ricordi che ci si sente arrossire solo nel dovervisi soffermare. Non era forse il ragionamento di
Goebbels - che prima ancora della vicenda dei Sudeti affermava che «in casa propria Ciascuno è re» - o quello degli
stalinisti che intimavano all`Occidente di chiudere gli occhi sulle violazioni gravissime dei diritti dell`uomo, le
carneficine, operate in quella che si osava chiamare la loro «zona d`influenza»? Cos`altro è, questo ragionamento, se
non un modo di travestire di retorica antimperialista, terzomondista, altermondialista, il sostegno senza vergogna e
cinico a una macchina del terrore implacabile e senza pietà? No, la decisione della Corte penale è incontestabilmente
una felice decisione. Era, per tutti coloro che credono nell`unità del genere umano e che rifiutano il processo mentale
secondo cui ci sarebbero vittime degne d`interesse (per esempio le vittime palestinesi) e altre che dovrebbero lasciarci
freddi (non le migliaia, ma i milioni di morti senza nome delle guerre dimenticate d`Africa) l`unico atteggiamento
coraggioso e saggio. Ci resta da sperare che la comunità internazionale saprà prendere questa decisione sul serio,
saprà mostrarsi all`altezza dell`evento e saprà notificare quindi al criminale di guerra Al Bashir che ormai egli è,
concretamente, messo al bando delle nazioni.
14) Al Bashir, non solo un simbolo
Gianni Vernetti (Europa, 6 marzo 2009)
La decisione della Corte penale internazionale dell’Aja che ha accolto la richiesta del procuratore Luis Moreno-Ocampo
di emettere un mandato di arresto contro il dittatore sudanese Omar al Bashir rappresenta un fatto estremamente
positivo e un precedente importante per il diritto internazionale. La Corte penale ha accusato Omar al Bashir di crimini
di guerra e di reati contro l`umanità essendo il suo regime direttamente responsabile della morte di 300 mila abitanti
del Darfur e di oltre 2 milioni di rifugiati. Con questa decisione, la dottrina della responsability to protect (cioè del
dovere della comunità internazionale di impedire genocidi e crimini contro l`umanità) ha compiuto un significativo
passo in avanti. Il maresciallo golpista Omar al Bashir guida dal 1989 la nazione più grande dell’Africa: in questi anni
ha chiuso in galera i dissidenti politici, perseguitato le minoranze religiose, condotto una sanguinosa guerra civile
contro le popolazioni nere del Sud (cristiane ed animiste), dato ospitalità ai peggiori terroristi internazionali. Omar al
Bashir ha trasformato il proprio paese in un regime islamico dominato dalla sharia e in una delle retrovie di al Qaeda.
Dal 2003 ha scatenato contro le genti del Darfur le milizie dei jianhjaweed, i famigerati "diavoli a cavallo", le milizie
arabe che si sono rese responsabili di violenze raccapriccianti. Non sono mancate le critiche anche da parte di
autorevoli giuristi. Il mandato spiccato dalla Cpi sarebbe un atto meramente simbolico, destinato a rimanere sulla
carta, «un colpo di spada vibrato nell’acqua» privo di incidenza pratica. Anche se non sfuggono le difficoltà, da un
punto di vista strettamente giuridico, di dare esecuzione a tale mandato di cattura da parte di una Corte non dotata di
una propria polizia e nei confronti di un capo di stato attualmente in carica che gode di grandi protezioni internazionali,
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tuttavia la comunità internazionale ha finalmente dimostrato di non essere condannata all`impotenza di fronte
all`ennesima tragedia africana. Da oggi in poi nessun dittatore sanguinario potrà considerarsi coperto da impunità per
quanto avviene nel proprio paese, invocando la "non ingerenza". Calpestare i diritti umani non è considerabile un
"affare interno". Da oggi in poi al Bashir sarà isolato politicamente, delegittimato agli occhi del mondo democratico e
monitorato in tutti i suoi spostamenti. Obiezioni sono state avanzate anche da parte di chi teme che il mandato di
cattura possa rivelarsi controproducente, inutile a frenare le atrocità in Darfur, con il rischio di ridurre i margini di
trattativa con il governo sudanese per arrivare a una pace negoziata se non addirittura di far saltare l`accordo di pace
tra Nord e Sud, visto che nel 2011 dovrà svolgere il referendum che potrebbe sancire la separazione tra le due regioni.
Timori solo in parte comprensibili ma che rischiano di offuscare la vera natura del regime sanguinario di Al Bashir
tenuto in vita dai petro-yuan: il Sudan è il principale fornitore dì energia di Pechino e i cinesi, oltre a controllare le
concessioni petrolifere, foraggiano di armi il regime di al Bashir. La comunità internazionale dovrebbe finalmente
costruire una politica di contenimento della massiccia colonizzazione economica e militare dell’Africa da parte della
repubblica popolare cinese che investe enormi risorse economiche per accaparrarsi le risorse energetiche del
continente nero nella più totale mancanza di rispetto dell`ambiente e dei diritti umani. In attesa che ad al Bashir possa
toccare la stessa sorte accaduta a Charles Taylor, che nel 2003 venne incriminato per i crimini commessi nella guerra
civile in Sierra Leone e arrestato nel 2006, la comunità internazionale deve ora mettere in atto tutte le azioni
necessarie per interrompere la guerra in Darfur e porre fine ai massacri indiscriminati contro la popolazione civile. In
tal senso va rafforzata la missione Unamid (Nazioni unite unione africana) con nuove truppe e mezzi adeguati per
proteggere i civili. Il parlamento italiano ha fatto la sua parte, votando poche settimane fa nel disegno di legge sulle
missioni militari l`invio di 6 elicotteri per 2 trasporto truppe. Ora la comunità internazionale deve considerare anche la
possibilità di realizzare nell`immediato futuro una no fly zone sul Darfur che permetta di proteggere le popolazioni
mattonate e che impedisca all`aviazione sudanese di bombardare i villaggi come è accaduto negli ultimi anni. Se ciò
dovesse succedere il mandato di cattura non risulterebbe essere solo un pur importante atto simbolico, ma un
concreto passo in avanti verso un’idea di giustizia internazionale.
15) Strada difende Bashir: "una manovra politica contro gli africani"
Massimo A. Alberizzi (Corriere della sera, 11 marzo 2009)
Gino Strada, il fondatore e animatore di Emergency che a Khartoum ha realizzato un ospedale cardiologico modello
(unico nel Continente se si esclude il Sudafrica) non ha dubbi: «Il mandato di cattura emesso dal tribunale
internazionale contro il presidente Omar al Bashir è grottesco. Come fa un istituto come la Corte che non è
riconosciuto dal Sudan ad emettere un provvedimento contro un cittadino sudanese e per di più presidente?». «E`
vero che è stato il Consiglio di Sicurezza ad affidare alla Corte Penale Internazionale il compito di indagare sulle
violenze in Darfur, ma non riesco a comprendere come il massimo organismo dell`Onu possa investire di un compito
così delicato un istituto che non è riconosciuto da tutti i Paesi - continua Gino Strada -. La credibilità del Tribunale de
l`Aja è così minata per sempre. Inoltre sembra ci sia un accanimento sugli africani. Perché nessuno indaga George W.
Bush, per le violenze in Iraq, o Ehud Olmert, per i massacri dei civili a Gaza, o Vladimir Putin, per i crimini di guerra
commessi in Cecenia? Non andrebbero quanto meno investigati per le atrocità commesse dalle loro truppe? La corte
sembra essere manovrata, indirizzata verso coloro che non sono ortodossi. Insomma sembra quasi che le sue decisioni
siano prese in base a un`agenda politica e con profondi pregiudizi». Il Sudan ha espulso 13 organizzazioni non
governative accusate di aver collaborato con gli investigatori del tribunale. Nessuna di esse è italiana. Per altro il
nostro governo ha evitato di assumere una precisa posizione a riguardo del mandato di cattura per crimini di guerra e
contro l`umanità e questo ha garantito sia al business italiano in Sudan (che è parecchio) che alle organizzazioni non
governative, di continuare a operare senza problemi. Emergency sta per aprire un ospedale a Nyala, capoluogo del
Darfur Meridionale. «Un centro pediatrico nel quale ovviamente non cureremo solo le malattie, ma daremo anche
assistenza nutrizionale. Le cose, come si può immaginare sono strettamente collegate», spiega Strada. I lavori per la
costruzione cominceranno tra un mese e tra sei mesi l`unità sarà operativa e funzionante. I medici arriveranno da un
centro analogo inaugurato recentemente a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Il Centro Cardiologico
«gioiello» di Emergency a Khartoum farebbe invidia a parecchi ospedali italiani. I pazienti sono arrivati da 15 Paesi
diversi, non solo africani anche mediorientali. «Sono venuti ragazzini anche dal Ciad, un Paese in guerra con il Sudan
che ha concorso per le spese. Le cure da noi sono gratuite. Facciamo almeno 4 operazioni a cuore aperto al giorno».
La crisi economica ha colpito anche Emergency, organizzazione che si vanta di non avere finanziamenti pubblici per
evitare condizionamenti di alcun tipo: «L`indipendenza si paga - sostiene Strada - e siccome i soldi in tasca
scarseggiano, abbiamo una contrazione degli introiti. Speriamo però che il flusso ricominci a breve».
16) Il Sudan ha un piano per liberarsi dei medici scomodi nel Darfur
(Il Foglio, 13 marzo 2009)
Comincia la strategia del governo sudanese per sbarazzarsi delle ong occidentali. Due giorni fa il rapimento di tre
volontari di Medici senza frontiere - uno di loro, Mauro D`Ascanio, è italiano - a Saraf Umra nel Darfur non è stato
rivendicato; l`Agenzia delle Nazioni Unite parla di un riscatto, ma Msf smentisce: "Non ci risulta nessun riscatto, né
alcuna rivendicazione". La banda di uomini armati, non identificabili, che è entrata negli uffici dell`associazione, ha
rapito cinque volontari e poi ha rilasciato due sudanesi e trattenuto gli occidentali potrebbe essere la prosecuzione per
fare pressione sulle ong e intimidire i volontari - dell`ordine di espulsione emanato la settimana scorsa da Khartoum,
dopo che la Corte internazionale dell`Aia ha spiccato un mandato d`arresto contro il dittatore Omar al Bashir. Ieri Msf
ha ritirato i suoi operatori e sospeso tutte le attività. Perché espellere e minacciare le ong, che con la loro vasta rete
assistenziale e di distribuzione viveri tengono in vita 2,7 milioni di profughi e nelle aree desertiche sono l`unica fonte
certa di cibo e medicinali? Ieri il ministro sudanese per gli Affari umanitari, Ahmed Haroun, anche lui come Bashir
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accusato di crimini di guerra, annunciava alle agenzie: "Siamo pronti a ricevere altre associazioni non governative,
abbiamo ricevuto molte domande dai paesi arabi e dall`Asia". Fil piano del Sudan per liberarsi delle ong occidentali
scomode: quelle che hanno ricevuto l`ordine di espulsione sono tredici delle ottantacinque sul territorio, ma impiegano
il 40 per cento del personale in Darfur, 7.000 persone. Per il World food program delle Nazioni Unite, con la perdita
delle quattro ong americane il Sudan perde il 35 per cento della rete di distribuzione viveri. Il Sudan vuole sostituirle
con altre associazioni, che possono lavorare secondo l`interesse del régime. Alcuni rimpiazzi arrivano dai paesi arabi,
Arabia Saudita, Kuwait, Emirati arabi uniti. I regni sunniti hanno una concezione di associazione non governativa
diversa da quella occidentale: le istituzioni di beneficenza e assistenza sono le teste di ponte del proselitismo wahabita
- la dottrina islamica più dura e austera, che grazie ai petrodollari sta colonizzando il mondo musulmano dalla Bosnia
all`Indonesia. Nel migliore dei casi, se anche non andassero esplicita mente a braccetto con il governo di Khartoum, le
ong arabe seguirebbero comunque le indicazioni dei loro governi, che si sono appena opposte al mandato d`arresto
contro il regime sudanese per le atrocità su scala gigantesca commesse nel Darfur. Mercoledì alla base aerea di Riad il
re Abdullah dell`Arabia Saudita, il presidente egiziano Hosai Mubarak e il presidente siriano Bashar el Assad si sono
accordati: vogliono fare pressioni internazionali per "congelare" il mandato d`arresto "che lede la dignità dei paesi
arabi e la loro sovranità". Le avances di Pechino e Mosca I paesi arabi non sono i soli a mandare avanti le loro
associazioni "non governative". C`è anche l`Iran, che scopre nel Sudan l`alternativa alla Siria, alleato sempre meno
saldo. Il 7 marzo, subito dopo la notizia del mandato d`arresto internazionale contro al Bashir, il partito terrorista
Hamas e la sua nazione sponsor, l`Iran, hanno mandato una delegazione congiunta di altissimo livello per
solidarizzare con il regime: c`erano il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, e Abu Marzouk, numero due del
ramo "in esilio" a Damasco di Hamas. All`inizio di febbraio era anche trapelata la notizia che la Siria, obbligata a
mostrare chiari segnali di buona volontà con Israele - ci sono trattative in corso - vorrebbe trasferire a Khartoum i
leader di Hamas, Khaled Meshaal incluso, da anni ospitati a Damasco. Il Sudan è un alleato disponibile: già oggi il
governo condanna automaticamente a morte come "agente del Mossati" qualsiasi profugo sudanese ripari anche per
un giorno soltanto in Israele. Gerusalemme non sta a guardare: a febbraio Amos Gilad, l`ex generale che negozia con
l’Egitto il confronto contro Hamas, ha arrangiato un incontro con il capo dei ribelli sudanesi Abdel Wahid al Nur,
propiziato da alcuni volontari di ong francesi, Ci sono an che Cina e Russia nella corsa alle ong in Sudan. Pechino
l`anno scorso ha chiesto a Khartoum di zittire le ong occidentali e la loro propaganda anticinese. L`inviato nel Darfur,
Liu Guijin, dice che il ruolo del suo paese in Africa è stato distorto dai volontari occidentali. E ora il ministro Haroun
parla con vaghezza di ong in arrivo "dall`Asia". Anche la Russia, che vende a Khartoum jet militari e altro materiale
bellico, vuole sospendere il mandato d`arresto e si dice pronta, per bocca del suo inviato nella regione Mikhail
Margelov,

Villages destroyed in the Darfur

Conflitto del Dafur

del Darfur

Conflitto del Dafur
Darfur refugee camp in Chad.jpg
Campo di rifugiati del Darfur in Ciad
Data: 2003-2009[1]
Luogo: Darfur, Sudan
Esito: catastrofe umanitaria, repressione del Governo, inizio della guerra civile del Ciad.









Molti villaggi sono stati bruciati
Il conflitto del Darfur (talvolta chiamato genocidio del Darfur) è un conflitto armato attualmente in corso nella regione del Darfur situata nell'ovest del Sudan, Stato dell'Africa subsahariana delimitato da Ciad, Egitto, Etiopia, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Repubblica Centroafricana e Kenya.

Il conflitto, iniziato nel febbraio del 2003, vede contrapposti i Janjawid, un gruppo di miliziani islamici reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione non Baggara della regione (principalmente composta da tribù dedite all'agricoltura). Il governo sudanese, pur negando ufficialmente di sostenere i Janjawid, ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit.
Le stime delle vittime del conflitto variano a seconda delle fonti da 50.000 (Organizzazione Mondiale della Sanità, settembre 2004) alle 450.000 (secondo Eric Reeves, 28 aprile 2006). La maggior parte delle ONG reputa credibile la cifra di 400.000 morti fornita dalla Coalition for International Justice e da allora sempre citata dalle Nazioni Unite.[2] I mass media hanno utilizzato, per definire il conflitto, sia i termini di "pulizia etnica" sia quello di "genocidio". Il Governo degli Stati Uniti ha usato il termine genocidio, non così le Nazioni Unite.
A seguito della recrudescenza degli scontri durante i mesi di luglio e agosto del 2006, il 31 agosto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 1706, che prevede che una nuova forza di pace, composta da 20.000 caschi blu dell'ONU, sostituisca o affianchi i 7.000 uomini dell'Unione Africana attualmente presenti sul campo. Il Sudan ha avanzato forti obiezioni nei confronti della risoluzione e ha dichiarato che le forze ONU che dovessero entrare in Darfur sarebbero considerate alla stregua di invasori stranieri. Il giorno seguente i militari sudanesi hanno dato il via ad un'imponente offensiva nella regione.
Diversamente da quanto accadde per la seconda guerra civile sudanese, che vide contrapposti il nord, prevalentemente musulmano, e il sud, cristiano e animista, nel Darfur la m

Le cause della crisi

Le cause della crisi

Le ragioni di un conflitto permanente che valgono per il resto del Sudan si sono sommate alla lotta per l'acqua e per le aree verdi mentre il deserto cominciava ad avanzare e strappare terreno al pascolo e all’agricoltura.


Il Darfur, terra di confine tra la sabbia del grande deserto del Sahara e le foreste africane, ha rappresentato per secoli una tappa obbligata per le carovane di commercianti, di pastori e di pellegrini che dall’Africa occidentale e dalle sponde atlantiche volevano raggiungere le coste orientali e da lì imbarcarsi per la penisola arabica. La ricchezza della valle del Nilo ha inoltre da sempre reso il Sudan terra di migrazioni e invasioni. Nei secoli chi è arrivato su queste terre, è andato a mescolarsi con chi c’era prima, ad assorbirsi nel tessuto delle popolazioni autoctone, generando una diversità di etnie dove la fede musulmana o il colore della pelle, finirono per non bastare più come elementi caratterizzanti. Con il tempo è andato a mancare nella regione, un fattore unificante che potesse essere in grado di superare le profonde diversità linguistiche, religiose, culturali e tribali che dividevano i popoli che lo  abitavano. Con una popolazione completamente, o quasi, musulmana, è possibile oggi affermare che le differenze in Darfur sono principalmente tribali, più che religiose. Anche la stessa differenza tra africani e arabi, con cui spesso viene semplificata la contrapposizione in corso nella regione, non è in fondo corretta. Qui, le ragioni di un conflitto permanente che valgono per il resto del Sudan si sono sommate alla lotta per le aree verdi, che col passare degli anni e l’avanzare della desertificazione sono andate sempre più restringendosi, mentre il grande deserto del Sahara cominciava ad avanzare e strappare terreno al pascolo e all’agricoltura. Intanto la regione ha conosciuto un boom demografico senza precedenti, che in vent’anni ha visto il numero della popolazione quasi decuplicare. Le tensioni per i pascoli e per le fonti d’acqua si sono dunque via via inevitabilmente moltiplicate.

Terra di frontiera
Il Sudan non è soltanto il più grande paese del continente africano, ma è anche la frontiera tra il mondo arabo e l’Africa nera. Dal giorno della loro indipendenza nel 1957, le popolazioni del Sudan hanno conosciuto solo dieci anni di pace. Il Paese è stato regolarmente scosso da conflitti più o meno gravi e lunghi. Proprio sulla grande distanza tra il governo centrale arabo e islamico di Khartum e le periferie sudanesi popolate da numerose etnie nere africane, hanno preso sempre più vigore negli anni le variabili economiche, politiche e religiose finendo per creare i presupposti per uno sviluppo cronico del conflitto. Solitamente in Darfur vengono indicate col termine ‘arabi’ quelle popolazioni nere nomadi, dedite alla pastorizia e di lingua araba, che per secoli hanno condiviso, in modo più o meno pacifico, spazi e terre con le popolazioni ‘afro’ (come: i Fur, i Zaghawa, i Massalit ed una decina di altri gruppi minori) dedite invece all’agricoltura, che affondano le loro rivendicazioni su queste terre nella storia e nei sultanati indipendenti che per secoli si avvicendarono al potere, ultimo proprio quello dei Fur (la parola: Dar-fur vuol dire pr